Viaggio della Memoria 2026
Anche quest’anno l’I.S.I.S. “Manzini” ha partecipato con diverse scuole friulane al progetto che prevede la toccante esperienza del “Viaggio della Memoria” con l’obiettivo di “conservare la conoscenza e trasmettere i valori della memoria dello sterminio e della deportazione nei campi di concentramento e di sterminio nazisti”.

Il progetto - promosso da diversi anni dalla prof.ssa Nadia Ferro - è organizzato con la collaborazione dalla Sezione di Udine dell’A.N.E.D. Associazione nazionale ex deportati e prevede la visita dei campo di concentramento nazista di Dachau, del Castello di Hartheim sito ad Alkoven nei pressi di Linz, noto luogo di sterminio in cui venne realizzato il programma “Aktion T4”; il viaggio-pellegrinaggio al campo di Mauthausen e la partecipazione alla annuale commemorazione dei caduti e alla sfilata internazionale nel “Cortile d’Appello” il giorno 10 maggio 2026, oltre ad incontrare a Monaco di Baviera i rappresentanti della Fondazione Rosa Bianca.
L’esperienza ha consentito ai partecipanti di conoscere il sistema concentrazionario nazista, la sua organizzazione e lo sviluppo; riflettere sull’esperienza dei deportati, anche tramite l’ascolto delle testimonianze dei loro familiari; conoscere e comprendere le differenze e le analogie tra i campi di sterminio e quelli di concentramento; conoscere le caratteristiche e le finalità del programma “Aktion T4” di eliminazione delle cd. “vite inutili” ovvero il programma di eutanasia nazista che prevedeva l’eliminazione delle persone affette da disabilità fisiche o mentali; acquisire la conoscenza dei regimi totalitari del Novecento, cogliendone le caratteristiche disumane.
È stata un’esperienza davvero toccante, molto istruttiva che gli allievi avranno certamente l’occasione di illustrare anche nel corso dell’esame conclusivo degli studi e di ricordare negli anni.

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Viaggio della memoria o viaggio dentro noi stessi?
Ovviamente non ce ne accorgiamo subito, ma dopo qualche giorno, quando le immagini viste e i racconti ascoltati riaffiorano più vivi che mai. Si sente il bisogno di lasciare sedimentare tutte queste emozioni, non sempre facili da spiegare, come invece sono riusciti a fare alcuni studenti del Manzini, le cui riflessioni potrete leggere qui sotto.

Loro sono il nostro futuro e hanno bisogno di esperienze vere, formative, di un humus capace di farli crescere consapevoli del loro presente e protagonisti del loro domani. Certe tragedie, la cui eco della storia continua ancora oggi a investire le nostre vite, non dovrebbero più accadere; eppure, evidentemente, qualcosa ci è sfuggito.
Non nei nostri ragazzi, però, ai quali passeremo con fiducia il testimone, certi che sarà in buone mani, buona lettura.

Letizia Sovrano: è stato un cammino tra ricordi dolorosi e riflessioni profonde sull’umanità. Vedere con i miei occhi luoghi della persecuzione e sentire il silenzio assordante dei campi, mi ha fatto percepire fino a che punto l’uomo può spingersi nel disprezzo della dignità altrui.
Questo viaggio mi ha insegnato l’importanza di custodire la memoria, di ascoltare le voci del passato e di portare con me l’impegno a difendere i diritti umani, perché comprendere la storia è l’unico modo per non ripetere gli errori commessi a suo tempo.
Mi ha sempre fatto paura il fatto che la Scala della Morte non abbia nulla di spettacolare. Sono solo gradini, pietra, fatica. E forse è proprio questo che la rende insostenibile: sapere che degli esseri umani siano riusciti a trasformare una cosa così normale in una macchina per distruggere altri esseri umani. Penso a chi saliva lì sopra con il granito sulle spalle, senza più forza, senza più nome, eppure ancora vivo abbastanza da sentire il cuore battere e il fiato spezzarsi. Mi ossessiona l’idea che prima di diventare prigionieri fossero persone qualsiasi, con una voce, un amore, delle abitudini minuscole, magari qualcuno che li stava aspettando senza sapere che il mondo li stava inghiottendo. E allora quei gradini sembrano quasi trattenere il peso di tutto quello che è stato strappato via. La cosa più devastante è che non parlano solo della morte, ma della disumanizzazione lenta, metodica, della capacità umana di abituarsi all’orrore fino a renderlo routine. Eppure dentro quella salita c’è anche qualcosa di ostinato e tragicamente umano, perché ogni passo fatto nonostante tutto era un modo per dire “io esisto ancora”. Forse è questo che resta addosso dopo Mauthausen: la paura di quanto sia fragile il confine tra civiltà e abisso, e il silenzio tremendo delle pietre che sembrano ricordarlo meglio degli uomini.

Stefano Piuzzi: Inizialmente pensavo che visitare campi di concentramento come quello di Dachau e Mauthausen mi avrebbe scosso, che mi sarei portato dietro solo la paura e il ricordo di immagini forti come i forni crematori, le baracche e le camere a gas. Pensavo di rimanere impressionato davanti ai segni delle atrocità commesse in quei luoghi, ma questo non mi ha stupito tanto quanto capire come venivano trattati, al di là delle violenze fisiche, i prigionieri. I Nazisti avevano infatti delle tecniche precise per alienare l'identità di ogni singolo deportato, per confonderlo, per scoraggiarlo a vivere: chi parlava la stessa lingua veniva solitamente separato, chi riusciva a stringere rapporti di amicizia e fratellanza con altri prigionieri veniva spostato in un'altra baracca, e non sempre erano le guardie a punire chi sbagliava, siccome se all'appello mattutino mancava qualcuno lo si aspettava tutti insieme, i soldati con i cappotti e gli stivali, con lo stomaco caldo per la colazione appena fatta, e i prigionieri patendo freddo, fame e sete contemporaneamente, in modo che fossero loro stessi poi a odiarsi fra compagni. Queste cose mi hanno colpito perché purtroppo non appartengono solamente a un determinato periodo storico e non sono esclusive dei Nazisti, ma si possono ritrovare in ogni mente abbastanza sadica e estremista da pensare allo stesso modo di chi, novant'anni fa, usava le proprie energie contro la propria natura per odiare un suo pari.

